Comunicare: un delirio collettivo del solo essere umano.

 

Mettere in comunicazione significa fare in modo che due sistemi abbiano la possibilità che parte del loro contenuto entri in contatto. Due camere comunicanti ed i rispettivi ospiti, due tubi saldati ed il gas o il liquido da essi contenuto.

Questa possibilità di contatto, resa possibile dalla comunicazione, non è detto che sempre inevitabilmente porti ad un effettivo e reale contatto. E’ solo una possibilità ma pur sempre una possibilità!

 Il venire a contatto di due enti da vita ad una serie numerosa di nomi che individuano particolari eventi: in chimica il contatto tra due elementi diversi determina un evento chiamato contaminazione[1], che denota la perdita della purezza di un elemento causata dalla mescolanza parziale con l’altro. L’olio e l’acqua per proprietà diverse non si contaminano ma tendono a restare separati anche se in isole d’olio superficialmente appoggiate sull’acqua.

Due elementi, viceversa, possono addirittura fondersi dando vita ad un altro elemento, in questo caso è necessario utilizzare dell’energia per spezzare i legami chimici delle molecole originali e procurare la fusione nel nuovo elemento.

 

Sebbene il titolo introduca l’argomento comunicazione in senso umano, io volontariamente continuo a scrivere di fenomeni del mondo fisico affinchè si insinui nel lettore la possibilità di crearsi autonomamente dei possibili paragoni con quello che succede o che non succede nella comunicazione tra esseri umani.

A determinare il limite e l’opportunità di tali paragoni può essere il fatto che nella comunicazione umana ciò che determina la differenza è la mente, la ragione, completamente assente nei fenomeni descritti.

A sostituire la ragione e la volontà di comunicarsi intesi come agenti produttori del fenomeno è, nel mondo inanimato, in parte il caso e in parte la necessità causale : una goccia di pioggia cadrà in questo punto o in uno qualsiasi dei punti circostanti, perché governata da un sistema caotico come quello meteo, ma comunque cadrà, perché inesorabilmente attratta dalla gravitazione terrestre.

Il titolo di questo scritto giudica già la comunicazione umana come un delirio collettivo, questo perché l’eccesso comunicativio è proprio solo della specie umana; anche gli animali comunicano tra loro, ma lo fanno solo per lo stretto necessario, magari con le ridondanze necessarie ai loro apparati recettivi, ma senza … parlare a vanvera.

Nella specie umana invece la comunicazione mi appare subito come un delirio collettivo, ampiamente condiviso, ineluttabile, al quale pochissimi eremiti e ortodosse monache claustrali si sottraggono. Il perché ciò sia un delirio lo si capirà dopo, forse, ma molto forse!

 

Nel mettersi in comunicazione tra esseri umani potremo sentirci assorbiti e fonderci come una goccia di pioggia in una pozzanghera o sentirci respinti come la stessa goccia di pioggia che cade sul gel che riveste i tuoi capelli o la paraffina il tuo impermeabile. La goccia non ha, a differenza della nostra mente, una volontà che la guida verso l’una o l’altra sorte. Magari fosse così anche per noi, poter comunicare casualmente, caoticamente, privi di desideri e di relative volontà nello sceglierci l’interlocutore, o meglio, l’intercomunicatore[2]. In fondo per me l’arte è solo questo, esporre il proprio pensiero come una canna da pesca il proprio amo. “Io ti amo” dice l’amo al pesce mentre lo seduce con la propria esca.

 

Per volontà o per gioia, per caso o con sofferta costrizione, entriamo in comunicazione ed in contatto comunicazionale con l’altro, ognuno con la propria storia ed i propri desideri.        

E’ sufficiente questo per parlare di comunicazione?

 

Il linguaggio come al solito più che favorirci la comprensione dei fenomeni che esso descrive, determina contatti plurisemici tra le parole stesse, procurando vertiginosi sbandamenti di senso e direzione. … sufficiente … parlare … comunicazione … E? … di

 

Si può comunicare quando si ha quello che si dice “uno scambio di opinioni”. La parola scambio a voi fa pensare ad una sorta di baratto, io ti dico la mia e tu la tua. A me che ho più tempo nello scrivere di quello che avete voi per leggermi, fa pensare allo scambio ferroviario, dove due treni in corsa, animati da ferrea volontà di raggiungere la loro desiderata destinazione, mediante lo scambio hanno la possibilità di incrociarsi, senza venire ad un disastroso contatto, ma anche senza comunicarsi un bel niente. Se lo scambio di opinioni vuol dire questo, ognuno dice al vento, anche se rivolto all’altro quello che pensa, sapendo di non poter pretendere una condivisione di contenuti senza rischiare uno scontro fisico, allora questa comunicazione è solo un baratto di batteri aerobici, uno scambio di agenti patogeni, il melanconico scambio di sguardi di due viaggiatori affacciati ai finestrini di due treni che si incrociano ad uno scambio ferroviario.

 

E se invece il mio pensiero scritto potesse contaminare il tuo o addirittura fecondarne l’immaginazione, facendoti chiudere questa finestra di lettura e invogliandoti a riflettere o meglio a fare altro? Mentre  ci rifletti, e ti alzi per bere il tuo bicchiere d’acqua, sappi che io potrei non restare qui ad aspettarti, e sgattaiolare in qualche buon libro o in qualche pagina web migliore di questa.

Non avere paura, scripta manent, vai pure!

 

Se sei già tornato o se sei rimasto a leggermi vuol dire che ho provocato in te una reazione: la comunicazione per me è solo questo.

Ed ovviamente sto parlando del migliore dei casi, escludendo quindi incidenti ferroviari, guerre di religioni e conflitti tra tifosi.

Non mettiamo in comunicazione, cioè in comunione, in possibilità di condivisione un bel niente, tuttalpiù il comunicatore causa una reazione nel comunicante. Una qualsiasi reazione che dipenderà per energia e spessore non dall’energia e da un presunto oggettivo interesse del comunicato, bensì dalla capacità del comunicante ([3]) di immaginare, polemizzare, eccetera. Potrà adombrarsi in silenzio, fuggire imprecando, o alzare semplicemente e di poco le sopracciglia facendoci capire, involontariamente, che non ha capito niente, era distratto, pensava ad altro.

Ed allora se quanto vado scrivendo, e che cioè la comunicazione che è il nostro comune e delirante desiderio e causa reazioni generiche  fosse vero, perché milioni di miliardi di persone da millenni si continuano ad affannare a far passare aria tra le corde vocali, a sporcarsi le mani di inchiostri velenosi, a battere su tasti con lettere disposte sensa sensi linguistici ma solo funzionali, come se battere sulla tastiera fosse più che altro uno dei tanti giochi di abilità, un innocuo passatempo? Se queste miriadi di persone che hanno calpestato la terra si fossero rese conto che era tutto inutile e le loro parole ed opere d’arte potevano solo generare imprevedibili reazioni negli altri …

… imprevedibili reazioni?

Forse no, la scuola dei retori sapeva bene come generare le reazioni volute negli ascoltatori, ma a pensarci bene non insegnava affatto a comunicare il proprio pensiero, anzi insegnava a celarlo abilmente proprio con le parole!

Quindi si potrebbe dire che l’essere umano comunicante, quello che ogni tanto o spesso apre bocca per parlare, lo può fare con due distinte prospettive dinanzi:

1.      Cercare di generare consapevolmente nell’altro una specifica reazione ai propri fini e nel contempo guardarsi bene dal comunicare gli stessi oppure

2.      Lasciarsi andare all’ebbrezza della comunicazione e ascoltare il suono della propria voce e la bellezza delle proprie costruzioni continuando solo a sperare che una minima parte del proprio pensiero trovi in qualcuno la benchè minima risonanza, pur sapendo di abdicare totalmente al controllo dell’altrui inevitabile ed imponderabile reazione.

 

Non si può cioè, a mio parere, dire quello che si pensa ed aspettarsi plausibilmente una condivisione. Se vuoi essere capito, se cerchi la condivisione non devi dire il tuo pensiero ma quello che provoca la reazione voluta, o più semplicemente dire quello che l’altro desidera sentire, viceversa se ti accontenti di una reazione qualsiasi puoi dire o creare quello che vuoi.

 

La libertà ha un prezzo, la servitù un padrone.

A te la scelta dell’albero.

 

(martedì 15 gennaio 2008)


 

[1] Il termine contaminazione mette i brividi, evocando scenari radioattivi o virali alla Ebola, invece sembra attualmente di gran moda atto ad individuare un modo di porsi di fronte alle storie ed alle culture con animo leggero, e come una farfalla prendere un po’ di qua e un po’ di la, e pretendere che il pasticcio risultante abbia persino un copyright.

[2] Se il comunicatore è colui che comunica, il comunicato è l’oggetto della comunicazione, come si chiamerà colui che ascolta la comunicazione?

[3] la vittima della comunicazione, per libera decisione personale