REALTA' E FINZIONE, REALITY  E FICTION  11-05-2004

 

            Quando si parla di finzione si deve intendere il prodotto artistico (artificiale) di una persona o di un team legato dall'univocitÓ del progetto. E' questa la principale differenza con la realtÓ, dove la polivocitÓ dei protagonisti-attori (attori del mondo reale) crea continuamente una polisemanticitÓ dinamica.

Ogni "Opera di finzione" sia essa un'operazione artistica o anche una truffa, o la messinscena di un bambino, nasce con l'intento di raggiungere un obiettivo. [ Nel Mondo Reale tutto nasce e vive per sopravvivere e crescere, comunque un unico comune obiettivo al quale si possono ricondurre tutte le strategie esistenziali].

Qundi le Finzioni hanno obiettivi diversi, la vita invece ne ha uno solo.

L' obiettivo di una Fiction, televisiva o cinematografica Ŕ sempre quello di catturare l'attenzione e mantenerla per il tempo richiesto. Nel far questo elimina, dalla vita copiata, tutto ci˛ che annoia e non "racconta" nulla.

La finzione si percepisce, fruisce nella vita reale ( stando scomodamente seduti in un cinema p.e.) la realtÓ invece Ŕ programmaticamente esclusa dalla finzione, per gli inaccettabili ritmi e la anarchica regia. La Finzione ha sempre avuto, tra i compiti che la cultura di ogni tempo le ha affidato, anche quello di "consolare" il vivente facendolo illudere consapevolmente che Ŕ possibile un'altra vita oltre la sua, piena di accadimenti e che ha soprattutto un senso ben stabilito ( il lieto o triste fine, una morale o una apologia).

Fino all'invenzione del Reality, esisteva un tacito accordo tra gli operatori del settore e il pubblico: entrando in un cinema o accendendo la TV si accoglieva, anche criticamente, l'oggetto Finto per quello che Fingeva di essere. Il protagonista cessava di essere un attore lautamente pagato con storie di sesso e droga alle spalle e diventava per tutti l'eroico Presidente degli Stati uniti d'America. Per gioco si poteva ogni tanto pensare a queste cose, ma la narrazione presto o tardi riprendeva il sopravvento. La cosa pi¨ dolorosa in un film Ŕ la sua interruzione: Ŕ insopportabile non riuscire a vedere "come finisce" e le pause commerciali. Come nella vita reale Ŕ veramente difficile, rinunciare ad assistere alla propria fine, magari suicidandosi.

L'occhio onnipresente e sempre in prima fila della cinepresa-telecamera, nonchŔ invisibile ai personaggi Ŕ appostato nelle feritoie del carcere dei reality show. Il suo punto di vista, inutilmente poliedrico nel web, assiste annoiato non allo svolgersi di un dramma, ne tantomeno a quello della vita reale, ma ad una scema presa in giro che si morde la coda: il tale, che sa di essere ripreso, non agisce naturalmente, ma cerca di essere un attore dando il meglio di se, e non essendolo e non avendo una sceneggiatura, a parte ridicole prove da animatori di villaggio, risulta doppiamente finto.

L'unico momento di realtÓ, subito punita e censurata, Ŕ quello del salto di nervi, ma solo nel momento iniziale, perchŔ subito ci si ricorda di essere in tv e si prolunga artificialmente un genuino quanto psicotico stato d'animo. Dovuto ovviamente alla carcerazione in gruppo.

Questi esseri psichicamente informi che escono fuori dal monitor non destano alcun sentimento, la loro unica simpatia Ŕ dovuta esclusivamente alla regressione infantile alla quale sono costretti. Non hanno alternative in quanto la loro esistenza Ŕ stata volontariamente consegnata al "grande genitore" che gli dice cosa fare e cosa no. Lo spettacolo si riduce a dei bambini cresciuti che si agitano nella gabbia e la sporcano di merda. Pietosi i tentativi di comunicazione, privati della necessaria conferma delle azioni liberamente volute, non hanno motivo di esistere. Restano pii o sconci desideri sempre frustrati e autocensurati.

Una vera rivoluzione dei due termini realtÓ-finzione sarebbe si foriera di crisi e di nuove considerazioni sul mondo, ma di certo non sarebbe impacchettabile in un format. E temo neanche in una opera d'arte.